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La lezione ambigua del design africano

Se l’Africa è un continente contraddittorio, stratificato, eternamente scivoloso a qualunque tentativo d’immaginazione e definizione, il Sudafrica amplifica questi scarti e ne raddoppia le ambiguità. Soprattutto considerando che, pur pregno di africanità – e ammesso che si possa parlare a cuor sereno di un’africanità – il Sudafrica per molti è considerato Africa solo a metà. E per il restante 50% è uno stato europeo, americano, giamaicano, cubano, indiano, cinese… Questa frammentarietà che emerge nei confini geografici, sociali, architettonici, linguistici (il Sudafrica ha qualcosa come 11 lingue ufficiali), com’è ovvio, trova la sua sede naturale nell’arte e la sua applicazione elettiva nel design.

Nel 2014, a vent’anni dalla proclamazione della sua democrazia, Cape Town è World Design Capital. Però lo sapevano in pochissimi fuori dal Sudafrica prima di questo febbraio, quando si è tenuta la fiera annuale di Design Indaba, per altro solo temporalmente coincidente con le prime manifestazioni legate a CTWDC2014. In concomitanza, c’è stato anche Guild Design, terzo vertice del design a cavallo tra febbraio e marzo, a sua volta sconnesso dall’expo di Indaba. Cioè tre operazioni, probabilmente molto costose, comunicativamente efficientissime (almeno a livello nazionale), con un panel di ospiti e seminari da fare invidia alla dispersività milanese, che anziché farsi portatrici all’esterno di un messaggio corale (probabilmente alla resa dei conti inesistente) hanno raccontato in questi giorni le loro tre identità del design sudafricano, a loro volta multiple e complesse.

Prendiamo Design Indaba, l’istituzione creata da Raivi Nadoo per radunare e mettere in connessione il meglio della creatività internazionale con le emersioni locali, la cui fiera quest’anno è giunta al suo ventesimo anniversario. A parte la conferenza, che è considerata l’evento di punta, e puntualmente sold out, dei tre giorni di festival, con tutti i big che ospita (quest’anno Thomas Heatherwick, Naoto Fukasawa, El Ultimo Grito, Stefan Sagmeister, Hans Ulrich Obrist, solo per citarne alcuni) gli altri due fiori all’occhiello di Indaba quest’anno erano il seminario tenuto da Li Edelkoort e la piccola visionaria mostra allestita all’ingresso del CTICC da Stefan Scholten e Carol Baijings sui CMF (colori, materiali, finiture) per Mini.

Così, i giornalisti stranieri che incrociavi in quei corridoi ti chiedevano: “Ok, ma il design africano, dov’è?”. Rispondere a questa domanda è difficilissimo, ma è ancora più difficile dare un senso alla domanda che, probabilmente – e inevitabilmente – è viziata dal punto di vista europeo occidentale e dalla presunzione di provenire da un osservatorio privilegiato, magari con il cappello (colonialista) dell’etnologo che prodiga pacche sulle spalle. D’altra parte però, non si può far finta di niente e parlare del Sudafrica come di un Paese qualsiasi, senza cercare anche nel suo design forme di quella storia e storie che lo pervadono. Questo anche se molto del design visto in questi giorni dà proprio l’impressione di voler provenire da una terra di nessuno.

I sottotitoli di “Africa is now” invece sono essi stessi cinque messaggi eloquenti lanciati al resto del mondo: “Africa is urban”, “Africa is transformed” , “Africa is tradition reinvented”, “Africa is sharp”, “Africa is resourceful” e provengono dal Malawi al Kenya, dal Mozambico al Cameroon, dal Ruanda al Burkina Faso, dal Ghana alla Costa d’Avorio, comprendendo una serie incredibile di tipologie “thought for Africa”, tra cui spiccano, tra le altre, apparecchiature mediche di autodiagnosi, progettate per abbattere costi e difficoltà legate agli spostamenti; applicazioni e software da impiegare in ambito agricolo e sanitario; sistemi di illuminazione portatile che sfruttano l’energia solare e il materiale riciclato; ma anche assorbenti intimi economici e fatti con materiale locale naturale e ipoallergenico (in Uganda il 90% della popolazione femminile che vive in abitazioni di fortuna non ha i mezzi per usufruire di quelli in mercato, perciò o vive segregata o adopera soluzioni antigieniche) o sistemi modulari in plastica riciclata per costruire abitazioni in maniera rapida ma permanente; e ancora: una sedia a rotelle specifica per bambini che vivono in contesti rurali fino alla reinvenzione di una ruota stessa, per ovviare al trasporto manuale nelle varie conformazioni del terreno. In molti di questi casi si tratta di progetti che hanno bisogno di ulteriori sviluppi e fondi per essere impiegati su larga scala e in certi casi andrebbe testata l’effettiva efficacia funzionale, ma la novità è che si tratta di sperimentazione applicata, un’apparente tautologia a cui tanto design di ricerca autoreferenziale ci sta però disabituando.

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